Altri libertini di Piervittorio Tondelli
Feltrinelli, 1980.
Altri libertini racconta mode, drammi e sogni della fauna giovanile degli anni Settanta, spinta, fra utopie libertarie, sesso, collettivi ed esplorazioni, all’inseguimento dell’odore del nord, miraggio d’un diverso futuro. Tondelli dà voce al mondo dei non garantiti, proiettando l’esuberante slang giovanile del tempo in scorribande notturne ora nella provincia padana (nelle sue capitali: Reggio Emilia, Parma, Modena, Correggio) ora nelle mete europee più agognate, come Amsterdam, Berlino e Londra, Milano e Bruxelles. La pulsione al viaggiare è magnetica e nutrita da una caratteristica necessità di definizione: assume i contorni di un rito di passaggio, rappresenta un’affermazione della libertà personale che però esiste solo come parte di una tribù.
I protagonisti delle sei storie («racconti molto veloci, molto semplici o molto diretti», li definiva il suo autore) soffrono di una melanconia, patologica ed infettiva, che li proietta alla ricerca di qualcosa di autentico: si è di fronte ad una vera e propria utopia dell’Altrove, che ammicca ai gusti letterari e cinematografici del giovane Tondelli, studente al DAMS negli anni a ridosso del ’77 bolognese, e dei suoi coetanei. Al senso di frustrazione, s’oppone il vagheggiare conquiste di terre lontane, on the road.
Ci si sposta sulle orme di miti collettivi; la pianura si trasforma in landa da esplorare e colonizzare, piattaforma verso un’Europa metropolitana, a cavallo di un ronzino scappottato. Al di là dell’euforia, però, gli eroi tondelliani non vincono. Il male vischioso non scompare; pare radicarsi nel cuore. Così, la frenesia del mito si congela, sfuma di fronte ad una partenza in treno o alla spossatezza del corpo. Te lo consiglio perché Altri libertini, oltre a segnare l’esordio di uno degli autori più interessanti del panorama letterario italiano postmoderno, traccia, come scritto da un compagno di viaggio, il ritratto emotivo di una generazione intera.