Mi chiamo Anna e sono la mamma di Valerio, un ragazzo Gay.
Vorrei raccontare la mia esperienza del suo coming out.
E’ avvenuto il primo luglio 2005, quando aveva 19 anni; ma è meglio risalire un anno indietro, per capire a fondo l’importanza di questo momento.
E’ stato un periodo triste per tutti, perché lo vedevamo molto depresso: si chiudeva in se stesso, mangiava troppo e male, ingrassava, trascurava la pulizia e lo studio, si chiudeva in casa nel tempo libero. Non conoscevamo la causa del suo disagio e trovando porte sbarrate quando cercavamo il dialogo, finivamo per litigare, aumentando il problema.
Al liceo una sola insegnante gli ha manifestato atteggiamenti di stima e lo ha incoraggiato a tentare di migliorare i suoi risultati, quando lui scoraggiato aveva deciso di ritirarsi.
Parlo di questa insegnante con riconoscenza perché nel momento in cui mio figlio rifiutava se stesso, lei gli ha dato un appiglio…
Più tardi Valerio parlandomi di lei mi ha citato interventi in cui manifestava un atteggiamento di rispetto e di accettazione delle diversità, comprese quelle di genere e di orientamento sessuale. L’anno si è concluso con una bocciatura. A giugno, o forse un po’ prima, mio figlio ha cominciato a cambiare: controllava la dieta, curava la sua persona, usciva…
E’ diventato più sereno e comunicativo.
Io pensavo che avesse una ragazza.
Il primo luglio lo sentiamo dire : “Ciao, esco”.
Raggiungo l’ingresso e vedo sul tavolo un pacchetto regalo vicino ad una busta indirizzata sia a me, sia a mio marito.
La cosa è strana, apro la lettera con un po’ di apprensione e in quel momento scopro il suo segreto: mio figlio è gay.
Lo dice con tenerezza, ci parla del difficile percorso che ha fatto per accettarsi, ci dice che lui è sempre lo stesso e di essere disposto ad accettare qualsiasi risposta da noi, anche un rifiuto, ma di non voler negare questa realtà.
Ha già parlato con Rocco, il fratello, che gli ha dato il suo appoggio.
Mi consiglia di confidarmi con mia sorella.
Ci lascia un libro per aiutarci a capire e a superare un momento che lui prevede doloroso.
E’ stato davvero un momento doloroso, come lo è il parto, anche se molto desiderato.
Per fortuna mio marito era lì con me per sostenermi e per aiutarmi a recidere il cordone omofobico del pregiudizio e dare alla luce questo figlio per me nuovo.
In realtà lui è sempre lo stesso; sono cambiata io perché lo conosco meglio.
E con l’aiuto suo, dei miei familiari, di molti libri e di splendidi film ora sono felice e festeggio il suo coming out ogni primo di luglio.
Se mi guardo indietro mi sento in colpa per non averlo saputo aiutare quando soffriva e si sentiva solo.
Se guardo avanti sono serena, sono orgogliosa di lui e non desidero nascondermi.
Mio figlio non ha scelto di essere gay, ma nessuno può decidere che questo è male.